Si impara anche dai compagni di scuola
Conservo bei ricordi dei tempi del liceo classico, dei miei compagni di classe e delle esperienze fatte insieme nella prima metà degli anni Settanta. Ho goduto del privilegio di aver avuto accanto amici di valore, che hanno contribuito in maniera importante alla mia formazione. Sì, perché oltre ad aver beneficiato del grande spessore umano e culturale dei nostri professori di ginnasio e liceo, nell’arco di cinque anni ho potuto apprezzare il talento e le capacità di studio dei miei compagni, molti dei quali hanno superato i loro maestri divenendo, per esempio, professori universitari e medici affermati.
Guardando indietro, pensare che compagni con cui ho giocato a calcio, fatto gite scolastiche e partecipato a feste e ad altri momenti di vita comune siano diventati stimati professionisti mi fa un certo effetto. Questo, poiché quando sei un ragazzo non immagini che il caro amico che hai accanto e col quale stai giocando a ping-pong sarà domani riferimento nazionale per la matematica. Anche perché da giovane puoi avere la sensazione che nulla sia destinato a cambiare e che il tempo non passerà.
Invece, eccoci qua, molti di noi in pensione, dopo esattamente cinquant’anni dagli esami di Maturità. Ho rivisto i miei compagni di liceo dopo oltre trentacinque anni dagli esami e da allora ci siamo riuniti con una certa periodicità per vivere insieme momenti conviviali.
Ho imparato molto da loro. Sono stati per me uno sprone e quasi un modello. Ho visto il loro impegno, il metodo e, in un caso specifico, il genio. Quest’ultimo aspetto non era ovviamente imitabile, ma avere vicino un amico dalle capacità fuori dal comune era un motivo di soddisfazione.
Tra le amicizie più strette createsi in classe, c’era il gruppo di cui facevo parte. Eravamo quattro. Ricordo che, con un pizzico di presuntuosa fierezza, amavamo chiamarci l’intellighenzia, in ragione del nostro approccio filosofico-scientifico. Tale denominazione, arbitraria e autoreferenziale, si era consolidata in occasione della lettura del Timeo di Platone, sul quale dovevamo preparare insieme una tesina.
Non è possibile enumerare le caratteristiche di tutti i miei compagni. Voglio però citare tre casi proprio per sottolineare come le abilità e il modo di applicarsi di coloro che ci sono accanto possano costituire una fonte di ispirazione e un esempio da seguire. Per operare bene nella vita, al meglio delle nostre possibilità, nei contesti in cui ci troviamo ad agire.
Un compagno era particolarmente bravo in italiano, sia nell’eloquio, sia negli scritti. I suoi temi erano eccellenti e denotavano una particolare maturità. Lui si documentava parecchio e leggeva molto. Constatare ciò mi aiutò a perfezionare il mio metodo di analisi, ampliando le fonti di informazione, scavando più in profondità nei problemi da affrontare e cercando di acquisire un maggiore senso critico.
Una compagna, di grande talento, brava in tutte le materie, eccelleva in quelle letterarie. La ammiravo, anche perché consideravo inarrivabile chi traduceva il latino e il greco con estrema facilità.
Infine c’era il già citato genio della matematica, il quale, col suo modo di studiare e analizzare, contribuì significativamente a sensibilizzarmi circa la necessità di un’applicazione assidua e rigorosa, che non si fermasse ai soli libri di testo. Rammento quando una volta, allo Stadio Olimpico, mentre eravamo seduti sugli spalti sotto il sole cocente in attesa dell’inizio di una partita della Roma, mi interrogava impietosamente sulle cariche elettriche consultando un libro di fisica in inglese. E quello era soltanto uno dei testi scientifici in lingua straniera che aveva.
Ancora ricordo la foto che gli fu scattata quando, durante l’ora di matematica, illustrò alla lavagna un teorema di geometria da lui personalmente formulato. Per acclamazione, quel teorema originale fu denominato col suo cognome.