Le feste da ballo
Dalla fine degli anni Sessanta e fin dopo la prima metà degli anni Settanta ho partecipato a varie feste da ballo, sia a quelle organizzate nell’ambito della mia classe di liceo, sia ad altre.
Si andava a casa del festeggiato, o comunque, a casa di colui o colei che aveva organizzato la festa e si portava un regalo. Se ci si presentava singolarmente si donava una scatola di cioccolatini o un disco in vinile da 45 giri, oppure, se si arrivava in gruppo si regalava un LP o un dono equivalente.
A queste feste si parlava e si facevano giochi, come quello della bottiglia, ma soprattutto si ballava. All’epoca venivano sostanzialmente praticati due tipi di balli: gli svelti e i lenti. Gli svelti avevano un ritmo sostenuto e venivano ballati più o meno come avviene oggi nelle discoteche. I lenti si distinguevano per il loro andamento placido ed erano balli a coppie, in cui un ragazzo e una ragazza, uniti e a contatto tra loro, cingendosi l’un l’altra, ruotavano lentamente sul posto in cui si trovavano, accanto alle altre coppie.
Nel caso dei lenti, che in quegli anni non di rado costituivano la maggioranza dei balli, tipicamente accadeva che un ragazzo invitasse una ragazza a ballare. La coppia si formava così. Un po’ come avveniva nei grandi balli delle epoche precedenti.
I lenti esercitavano un grande fascino. La società era sì in forte mutamento. La gioventù stava rapidamente cambiando atteggiamenti, comportamenti e costumi. E molti studenti vivevano in prima persona l’impegno politico. Non erano più tempi di romanticismo. Nonostante ciò, eravamo adolescenti e quando a una festa si metteva un disco “lento” e le note della musica cominciavano a spargersi nell’aria, quello che contava era solo che noi ragazzi potevamo invitare a ballare ragazze carine e interessanti. Se poi tra queste c’era colei che ci piaceva più delle altre, allora era tutto un batticuore. Il contatto ravvicinato con una ragazza, magari non conosciuta, altrimenti difficile da realizzare, veniva reso concretizzabile dal ballo. Era come se due mondi si incontrassero e avessero l’opportunità di conoscersi per la prima volta, anche perché per noi ragazzi l’universo femminile era avvolto in un alone di mistero. Specie per quelli come me, che a scuola erano stati in classi di soli maschi sia alle elementari, sia alle medie, cosa che a quei tempi avveniva sovente.
Ma il fascino dei lenti andava oltre questo. Quella musica melodica, a volte malinconica, e quel ritmo rallentato, che per me somigliava all’andamento della vita reale, permettevano di sognare. Era ancora possibile essere il cavaliere che invitava una bella dama, forse inavvicinabile in modo diverso. Certo, alla richiesta di un giro di ballo, si poteva subire un rifiuto, doloroso, oltre che imbarazzante. Ma anche quella delusione e quell’umiliazione erano aspetti veri dell’esistenza umana.
Una cosa era sicura. Quando in un’atmosfera soffusa cingevi la vita di una ragazza e lei appoggiava le sue mani sulle tue spalle, non eri più solo. Almeno per pochi attimi. Mai mille balli svelti avrebbero potuto valere quei momenti, pur effimeri.
Così, sento ancora risuonare “Il mio canto libero” di Battisti e “Questo piccolo grande amore” di Baglioni nei saloni di quelle case mentre qualcuno si adopera per scegliere il disco successivo.