Confezioni evocative
Considerando gli scorsi decenni a partire dal secondo dopoguerra, ci si rende conto che ogni periodo è stato caratterizzato anche da abitudini legate all’uso di differenti prodotti di consumo. Ciò, per i vari settori merceologici, quali cosmetici e cura personale, prodotti farmaceutici e parafarmaceutici, cura della casa e pulizia in genere, alimenti confezionati, oggetti domestici e piccoli elettrodomestici, abbigliamento e accessori, giocattoli e cancelleria per la scuola.
Mi piace ricordare alcuni prodotti distintivi degli anni Sessanta, che mi hanno accompagnato almeno fino alla soglia dell’adolescenza. Come noto, alcuni di questi erano già presenti prima di quegli anni e hanno continuato a essere commercializzati anche successivamente. Desidero tuttavia menzionarli non tanto perché hanno contribuito a scolpire la fisionomia di quegli anni in termini di usi e consuetudini, quanto, piuttosto, perché determinati oggetti richiamano alla mia mente situazioni, persone, odori e sapori. Cose tutte, che, pur secondariamente, hanno concorso a dare un’impronta alla mia infanzia e agli anni immediatamente seguenti.
Per esempio, il Vicks VapoRub, col suo barattolino blu e verde, era un unguento balsamico dal buon odore, che, da bambino, mia madre la sera mi spalmava sul petto per darmi sollievo e farmi respirare meglio durante la notte quando non stavo molto bene.
Anche la Brillantina Linetti aveva un buon profumo, di limone, forse, ma quella era una cosa da grandi. Ero attirato però dalla scatolina metallica della confezione.
Quanto ai sapori, mi piacevano tanto le Pastiglie Valda. O meglio, le apprezzavo molto finché non si scioglievano in bocca i piccoli granuli dolci di cui le pastiglie verdi, a forma di campanelle, quasi gommose, erano ricoperte. Poi il gusto si faceva un po’ aspro e il piacere diminuiva parecchio. Ma conveniva resistere perché contrastavano la tosse e il mal di gola. Anche la loro scatolina di latta, gialla e tonda, era accattivante. Sul coperchio, a caratteri bianchi su fondo azzurro, vi era scritto: antisettiche, calmanti, balsamiche.
Nulla poteva tuttavia competere, circa il sapore, con la Citrosodina granulare, un digestivo effervescente, col suo classico barattolo cilindrico bianco e giallo, anch’esso di latta. Noi bambini, tranne rare, gustosissime eccezioni, non ricorrevamo all’uso della Citrosodina. Il bello però consisteva nel trafugare, più o meno di nascosto, qualche granulo da lasciar sciogliere in bocca, sulla lingua. Questo era davvero il massimo.
A proposito di granuli, ottimi erano quelli di zucchero del Buondì Motta, che trapuntavano la sua parte superiore, ovvero il sottile strato di glassa, che costituiva, a mio giudizio, la parte più buona della brioche.
Non potrei poi non citare le buonissime Caramelle Rossana, dal ripieno cremoso, nel loro inconfondibile incarto trasparente rosso rubino. Ci sarà mai stato un bambino che le abbia mangiate e che dopo non abbia provato, almeno una volta, a guardare il mondo attraverso quella sorta di magica plastichina rossa?
Il contenitore più strano e curioso era però quello del collutorio Odol, una bottiglietta in vetro pesante bianco latte opaco, dal corpo ovale schiacciato, col becco ricurvo. La ricordo molto bene perché mi sembra che fosse presente nell’armadietto del bagno sia dei miei genitori che dei miei nonni.
Molti ricordi sono legati ai numerosi tipi di gelato in vendita in quegli anni. Sarebbe cosa lunghissima menzionarli tutti. Ne citerò uno solo. Il Miniball Eldorado. Costava 100 lire. Era una coppetta di gelato alla vaniglia e al cioccolato, in plastica, a forma di palla da calcio. Le palline erano monocromatiche, per esempio bianche, gialle, arancioni o verdi, oppure riportavano i colori di note squadre di calcio. Mangiato il gelato, si poteva riutilizzare la pallina per giocare, anche perché il tappo, anch’esso di plastica, faceva parte integrante della piccola sfera. Per esempio, riempite di sabbia, potevano fungere da bocce. E non escludo che questo possa essere stato uno degli usi fatti, di quei contenitori, da me e mia sorella sulla spiaggia.
Ricordo inoltre, in ordine sparso, la Kaloderma Gelée che usava mia madre, il Borotalco Roberts, col suo tradizionale barattolo verde, la penicillina, nel suo piccolo contenitore color avorio, col tappo marrone scuro, i formaggini Mio, il grande fustino del detersivo in polvere Dash che comprava mio nonno per la lavatrice Constructa di cui andava fiero, il confetto Falqui che il mio cammino ha fortunatamente incontrato una sola volta, il lucidante per metalli Sidol, con la sua lattina verde e rossa, che utilizzava mia nonna. E rammento anche la crema Nivea, nel suo barattolino blu, il detersivo abrasivo in polvere Vim per pulizie difficili, il Galbanino e gli intramontabili biscotti Oro Saiwa.
In sintesi, le immagini di questi prodotti non raffigurano per me soltanto oggetti conosciuti, divenuti familiari. Esse hanno una capacità evocativa, una forza, poiché vi si riflettono frammenti e circostanze di vita. Riportano alla mia memoria persone e momenti condivisi. Richiamano pratiche domestiche, gesti e parole.
Così, ancora ricordo l’odore molto intenso del Balsamo Sloan, in tubetto, che mio padre teneva all’interno del suo comodino e che, per i suoi dolori, applicava mediante una spatolina sottile di plastica rossa, leggermente ondulata e dalla sagoma un poco curvilinea.
Finito di scrivere il 12 agosto 2025
Data di pubblicazione online: 17 gennaio 2026
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