Le lettere di un tempo
Conservo con cura le lettere manoscritte che si scambiarono i miei genitori quando erano giovani. Le considero preziose, sia dal punto di vista affettivo, sia per il loro contenuto documentale, testimonianza di un’epoca e, soprattutto, di un preciso periodo della vita della mia famiglia. Esse, riflettendo i sentimenti di mio padre e mia madre, hanno anche un valore morale, edificante.
Ricordo pure la corrispondenza epistolare tra me e la mia fidanzata, che sarebbe poi divenuta mia moglie.
E rammento anche le lettere che spedii ai miei genitori per via aerea dall’Inghilterra nel settembre del 1975. Le buste erano quelle tipiche, strette e lunghe, con i bordi contraddistinti da striscette oblique rosse e blu.
Era grande ed emotivamente coinvolgente l’attesa dell’arrivo di una lettera. Si stava trepidanti a vedere quando giungeva il postino. Si controllava periodicamente lo stato della cassetta delle lettere. E che gioia quando vi si scorgeva la presenza dell’agognata busta bianca! Ci si metteva in disparte e si leggeva e rileggeva il contenuto dei fogli, quasi che le parole avessero una caratura, come per l’oro.
Quell’attesa era densa, carica di significati. Ed era educativa. Perché ammaestrava circa il fatto che non è possibile ottenere tutto e subito, che le cose belle si fanno desiderare e che il loro perseguimento non è meno gratificante del loro ottenimento. Anzi, dover aspettare permetteva di riflettere, di consolidare sentimenti e convinzioni, rendendo ancora più intenso il momento della soddisfazione. Quella fase di sospensione era costruttiva, aiutava a crescere. Poteva perfino rappresentare lo stadio temporale più accattivante nello sviluppo di un carteggio.
Sì, perché con le missive accadeva in parte quello che avviene con la fotografia analogica. Quando si consegna un rullino a un laboratorio per farlo sviluppare e stampare, c’è poi un tempo di attesa, spesso pieno di trepidazione, in cui ci si chiede se i risultati saranno quelli desiderati. Ciò è molto istruttivo, perché tale intervallo, che comporta un rallentamento dell’attività del fotografo che non sviluppa da sé le proprie pellicole, enfatizza una caratteristica fondamentale dell’articolato processo realizzativo di un’immagine fotografica analogica destinata alla stampa. Ovvero che, dal momento dell’ideazione e passando per lo scatto, è necessario pensare, prendere decisioni consapevoli e operare scelte attente e molto selettive. Questo richiede ragionamento, calma e lentezza.
Quanto al senso dell’attesa di una lettera spedita da una persona cara, potremmo anche dire che quel tempo di vigilanza costituiva in qualche modo una misura della distanza che ci separava da quella persona, una misura dell’intensità della sua assenza, una misura dei nostri stessi sentimenti.
Poi tutto cambiò. Si diffuse la Rete, giunse la posta elettronica, arrivarono i social media con le loro faccine emozionali. Per quanto molti tipi di comunicazione siano asincroni, in un certo senso scomparvero i tempi di attesa, si annullarono le distanze. Così, tutto è divenuto immediato e il globo terrestre si è ridotto a un puntino, dove ogni cosa avviene istantaneamente come se il tuo interlocutore fosse sempre pronto per comunicare con te nella stanza accanto. Questo ha suscitato la pericolosa illusione, specie per i più giovani, che si possa ottenere subito ogni cosa, anche nelle relazioni umane, col rischio che si prendano decisioni prima di pensare.
Certo, grazie a Internet la nostra efficienza è aumentata enormemente. Per mezzo delle reti mobili possiamo fare cose forse un tempo inimmaginabili. In generale, la tecnologia ha migliorato in maniera considerevole la qualità della nostra vita.
Grazie al progresso tecnologico si è perfino avverato il mio sogno di bambino. Quando ero piccolo, mi piaceva in modo particolare usare la macchina per scrivere di mio nonno o quella di mio padre. E mi sarebbe tanto piaciuto giocare con i walkie-talkie, che non possedevo. Non potevo immaginare che un giorno avrei avuto a disposizione molto di più, ovvero sia un computer, anche portatile, per scrivere e per fare moltissime altre cose, sia un telefono cellulare per comunicare con chiunque, in qualsiasi momento, pressoché da qualunque luogo, fino a distanze che prima erano impensabili. Anzi, non avrei mai immaginato che un domani tramite uno smartphone avrei potuto comunicare a voce e in video, potendo simultaneamente scrivere e inviare un messaggio, una foto e quello che all’epoca avrei chiamato un filmino.
Ma cosa è rimasto del senso dell’attesa? Cosa c’è al suo posto? Forse l’ansia di voler ricevere immediatamente su una chat la risposta a un nostro messaggio, con il disappunto per il fatto che l’interlocutore non lo ha ancora visualizzato. E le aspettative per le emoticon che il corrispondente utilizzerà.