Fraintendimento e potere dell’immaginazione
Il potere dell’immaginazione è davvero notevole. E in un bambino si manifesta in sommo grado. Un bimbo nel gioco crea storie suggestive e con la fantasia è capace di colmare le lacune della realtà con cui viene a contatto e che non è in grado di comprendere appieno.
Ricordo un episodio in cui tale attitudine creativa si coniugò con un fraintendimento, cosa che generò un fatto curioso e, per certi versi, esilarante.
Frequentavo la scuola elementare. Non rammento che età avessi. Io, peraltro, ero un anno avanti, ovvero ero andato in prima elementare a cinque anni. Alle pareti dell’aula della nostra classe erano appese grandi carte geografiche. Un giorno il maestro, facendo riferimento all’enorme carta geografica dell’Italia che campeggiava in alto sul muro costringendoci a stare col naso all’insù quasi verso il soffitto per guardarla tutta, ci chiese per l’indomani di portare ciascuno a scuola una bacchetta. Avrebbe scelto la più adatta per indicare agevolmente su quella carta, di non facile consultabilità, tutto quello che dovevamo imparare a riconoscere.
Io, purtroppo, non compresi la parola che aveva detto, oggetto della richiesta. O meglio, capii una cosa per un’altra. Al posto di bacchetta, percepii barchetta. E acquisii il dato. Lo presi per buono. Evidentemente, il maestro aveva bisogno di mostrarci sulla carta i percorsi che facevano le navi mercantili intorno alla nostra penisola. E subito pensai allo Stretto di Messina. Per me non c’erano problemi anche perché io, le barchette, le avevo. Possedevo infatti un gruppo di belle imbarcazioni di plastica rigida, piccole e sottili, che avevano la carena nera e la parte superiore grigia. Si trattava, per la verità, di navi militari, quali portaerei, corazzate, incrociatori e cacciatorpediniere. Questo poteva costituire un ostacolo? Certamente no! L’importante, pensai, era che servissero allo scopo, soddisfacendo l’esigenza del maestro. Ne avrei selezionata una particolarmente affusolata, proprio adatta per lo Stretto di Messina. Aveva sì i cannoni sul ponte di coperta, ma questo non avrebbe portato alcun nocumento alla funzione prevista.
Così, del tutto ignaro dell’equivoco e delle sue possibili conseguenze, il giorno dopo mi recai a scuola portando con me la mia preziosa barchetta grigia e nera, con i cannoncini che si muovevano ruotando su se stessi, contento di poterla prestare al maestro per tutto il tempo necessario per le sue spiegazioni di geografia, nella felice eventualità che la scegliesse.
I banchi di scuola, sotto al piano di scrittura, avevano un ripiano dove era possibile riporre quaderni e libri. Su quel ripiano misi la mia nave, in attesa della convocazione per la consegna dei natanti. Ricordo che uno dei miei compagni di classe, durante la lezione, si sbracciava cercando di comunicarmi qualcosa. Più tardi, ricostruendo la questione, compresi che quel compagno voleva mettermi in guardia. Intendeva segnalarmi il fatto che i giocattoli non potevano essere portati in classe. Che il maestro mi avrebbe punito.
Probabilmente ero piccolo di età. Ed ero all’inizio delle elementari. Sì, perché quando poi i miei compagni di classe cominciarono a sfilare davanti alla cattedra consegnando le loro bacchette, io non desistetti dalla mia convinzione e dal mio intendimento. I miei compagni, pensai, erano in errore. Dovevano aver capito male. E, imperterrito, mi misi in fila per rilasciare il mio incrociatore.
Purtroppo, qui, proprio sul più bello, il ricordo si fa assai nebuloso e sorprendentemente si perde. Davvero non rammento come finì la cosa. Ma per quanto autorevole e severo, il maestro era buono e molto comprensivo. E non ho motivo di ritenere che mi abbia sanzionato in alcun modo. Anche perché io ero disciplinato e a scuola andavo bene. Certo, non oso pensare a come possa essermi sentito una volta chiarito il qui pro quo.
Oggi riguardo con occhi benevoli la mia clamorosa ingenuità, un po’ patetica, per giunta protratta testardamente. Nonostante tutto, mi sento indulgente di fronte a quella candida ingenuità anche perché penso fosse alimentata proprio dalla positiva forza dell’immaginazione che tende a rendere creativi.