La fisica non è quella dei cartoni animati
La casa dove trascorremmo le vacanze estive nel 1964, a Tortoreto Lido, era circondata da un marciapiede in cemento dove noi bambini giocavamo a lungo. Su quel nastro grigio e levigato che incorniciava l’abitazione svolgevamo varie attività motorie. Io, che avevo sette anni, andavo in bicicletta, mia sorella stava sul triciclo e mia cugina guidava una piccola automobile a pedali.
Erano giorni belli, caldi, assolati. Giorni che suscitavano idee e iniziative. Tra queste, ne escogitai una che a me doveva parere interessante e audace, ma che a distanza di oltre sessant’anni definirei quantomeno ingenua e imprudente.
Un lato corto dell’edificio, opposto a quello rivolto verso la strada, era contiguo a un ampio orto. Lì la striscia di cemento che orlava la casa presentava un certo dislivello rispetto al terreno circostante. Non ricordo bene quanto fosse alto il marciapiede rispetto alla superficie dell’orto, ma una trentina di centimetri, o poco più, potrebbe rappresentare una stima ragionevole.
Ebbene, decisi di compiere un’impresa ardimentosa. Montato sulla bicicletta, raggiunsi l’inizio del lato lungo del marciapiede perimetrale, sul retro della casa, in corrispondenza dell’angolo che guardava la strada. Avrei preso la rincorsa percorrendo tutta quella lunga pista invitante che avevo davanti, come un aereo al decollo, e, raggiunta l’estremità del marciapiede, da quel trampolino avrei continuato la corsa nell’aria, per poi planare tranquillamente, secondo il mio progetto, sulle soffici zolle dell’orto. In ciò, forse ispirato da Willy il Coyote e da altri personaggi dei cartoni animati, che dopo aver superato l’orlo di un precipizio rimangono per alcuni secondi sospesi nel vuoto prima di precipitare al suolo, iniziai il cimento.
Le cose, purtroppo, andarono diversamente rispetto al previsto. Sfidare le leggi della fisica non era stata una buona idea. Vinse infatti la legge di gravità. Una volta raggiunto a tutta velocità il margine del marciapiede, caddi immediatamente nel vuoto inabissandomi per quei trenta o quaranta centimetri che mi separavano dalla terra sottostante. Non ebbi nemmeno la soddisfazione di compiere una traiettoria balistica, pur breve, prima dell’umiliante impatto col terreno. Sì, decisamente qualcosa non aveva funzionato.
Se ricordo bene, me la cavai con una sbucciatura sul palmo di una mano.