Persone di riferimento
Li conoscemmo nell’estate del 1968. Lui e sua moglie. Mino e Paola. All’Hotel Bahia, dove la mia famiglia stava in vacanza, al mare, a San Benedetto del Tronto. Vivevano a Milano e non avevano figli. Se ricordo bene, lui era di Milano, lei di Casalmaggiore. Furono incuriositi da mio fratello, di circa due anni, che trotterellava tra i tavoli del ristorante dell’albergo durante i pasti. Tra loro e noi nacque un’amicizia, profonda, destinata a durare negli anni. Trascorremmo le vacanze insieme anche in altre estati. Mino e Paola vennero a trovarci a Roma. E noi andammo a Milano, a casa loro.
Quell’anno, a San Benedetto del Tronto, stavano con noi mio cugino e mia cugina, sicché eravamo un gruppetto di cinque bambini: io, mia sorella, mio fratello e i nostri due cugini. Mio padre ci intratteneva con attività interessanti ma distensive, Mino ci proponeva giochi atletici, come le giravolte sulla sabbia, quando, afferrandoci dopo la nostra rincorsa, ci faceva roteare in aria e atterrare con una corretta postura, sorretti da lui.
Mino, all’epoca probabilmente non ancora cinquantenne, era di corporatura solida. Alto e massiccio, con i capelli scuri e radi sulla sommità del capo, aveva occhi anch’essi scuri e uno sguardo buono e accogliente. In spiaggia stava costantemente in pantaloni lunghi, solitamente blu, e canottiera bianca, a piedi nudi, uno dei quali era protetto alla caviglia da una fascia elastica. Questo gli conferiva un’aria singolare. Vestiva così soprattutto per ripararsi dal sole, per motivi di salute. Ma quella sorta di divisa, in mezzo a persone in costume da bagno, finiva per farlo apparire ulteriormente fuori dall’ordinario, un uomo incurante delle mode e delle convenzioni, un allenatore o addirittura un educatore esistenziale. Sì, perché lui, tra l’altro, non lesinava lezioni di vita.
Mino aveva un atteggiamento lievemente distaccato e ironico. Così, prendeva bonariamente in giro noi bambini, in dialetto milanese, per le nostre ingenuità e per le nostre incapacità e inefficienze nelle prestazioni sportive. E lo stesso faceva con mio padre, per i suoi interessi culturali, quando papà coinvolgeva tutti noi nella visita dei più impensati luoghi d’arte durante le vacanze estive. Ricordo che in una di queste gite, transitando per Bertinoro, Mino sollevò, spostandola di lato, una Fiat 500 che, in una curva al centro della città, col paraurti anteriore era andata a incastrarsi in quello della sua automobile.
Mino ci voleva bene. Ma, a suo modo, sapeva anche essere severo. E incuteva timore. Nell’estate in cui eravamo in vacanza a Cervia, nel 1970, io mi divertii a scrivere con un dito sul cofano impolverato della sua splendida Lancia Fulvia Berlina blu scuro. Lui mi redarguì duramente, dicendomi che avevo prodotto una scritta indelebile, causando un danno. Me lo dimostrò dopo aver delicatamente rimosso la polvere depositata, pulendo il cofano con acqua. Con mio grande stupore, sulla superficie metallica ora scintillante i caratteri della scritta a tema calcistico che avevo accuratamente vergato erano ancora lì sulla vernice dell’automobile, ad accusarmi, irriducibili, e a inchiodarmi alle mie responsabilità.
Molto presto il nostro amico gigante divenne per noi una sorta di personaggio speciale, da ammirare e magari da imitare, non solo per le sue caratteristiche muscolari e caratteriali, ma anche per l’interesse che suscitavano in noi le storie che ci raccontava, relative a episodi della vita che aveva vissuto.
Aveva contratto il tifo ai tempi della Seconda Guerra Mondiale e si era curato efficacemente con l’ausilio del vino. Da giovane aveva praticato il pugilato. E una volta – ci disse – aveva difeso la sua Paola e se stesso da un’aggressione, in una taverna, mettendosi con lei in un angolo del locale e mandando al tappeto con i pugni, uno a uno, gli assalitori che via via si avvicinavano e gli comparivano davanti per attaccarlo. Queste e altre storie ci avevano assai colpito e lo avevano reso ai nostri occhi un beniamino, anzi, nel nostro immaginario, quasi una figura mitica.
Quando lo abbiamo conosciuto, lui era caporeparto in un’importante azienda di telecomunicazioni della Brianza e si occupava di circuiti stampati. Ricordo che raccontò dettagliatamente a noi bambini come questi componenti venivano prodotti attraverso lavorazioni chimiche in apposite vasche. E noi lo ascoltavamo con molta attenzione. Fu proprio in quell’estate del ’68, facendo un giro in pattino con Mino, che appresi da lui il concetto di Hertz, l’unità di misura della frequenza, non potendo allora immaginare che quindici anni dopo sarei diventato un ingegnere elettronico, con indirizzo sistemi di telecomunicazione. Quando nel pomeriggio del 22 marzo 1983 mi laureai, in serata sentii il desiderio di darne subito notizia a Mino e gli telefonai per farlo partecipe.
Molti, specie nella loro infanzia e gioventù, hanno conosciuto persone che hanno costituito per loro un riferimento morale, un modello cui guardare, un esempio cui ispirarsi nelle scelte della propria vita. Ecco, Mino e Paola hanno lasciato una traccia nella mia famiglia d’origine. E lui, a noi che nel ’68 eravamo piccoli, dava l’impressione che c’era un gigante buono che sapeva tante cose e che era in grado di proteggerci, come aveva fatto quella volta per difendere Paola, tirando di boxe.
A me suscitava perfino l’illusione che nella vita potesse esserci qualcuno capace di rassicurarti e di tirarti fuori da qualsiasi situazione.