La mia prima notte in bianco
Era il 1964. Eravamo in vacanza a Tortoreto Lido. Avevo sette anni. Stavamo in un appartamento preso in affitto, al piano terra di una casa adiacente a un terreno. Accanto all’edificio c’era un orto. E noi bambini giocavamo attorno all’abitazione, una volta tornati dal mare.
I miei nonni materni stavano con noi e spesso badavano a me e mia sorella quando i miei genitori non erano presenti. A quei tempi, in estate, affittavamo un appartamento per circa tre mesi, da luglio a settembre, poiché le attività scolastiche avevano inizio il primo ottobre. Ma mio padre aveva un periodo limitato di ferie e mia madre sovente non stava con me e mia sorella, sia perché talvolta tornava a Roma per raggiungere papà, sia perché per alcune settimane svolgeva servizio di commissario esterno agli esami di Maturità che si tenevano in una città vicina al luogo prescelto per trascorrervi la villeggiatura al mare.
Così, anche quell’anno capitava che restassimo qualche giorno con i soli nonni. Alla fine di una di queste giornate, una sera, andato a letto, non riuscivo ad addormentarmi. Non ne ricordo la ragione. La mancanza dei miei genitori? In particolare, la nostalgia di mamma? Qualche preoccupazione? L’agitazione residua conseguente a qualche gioco movimentato fatto nel pomeriggio? Di fatto, di lì a poco ero nel grande letto dei miei nonni, nella speranza che, accanto a loro, sentendomi protetto, avrei potuto più agevolmente prendere sonno. Ma così non avvenne. Rammento infatti che rimasi sveglio tutta la notte. O meglio, questa fu la mia impressione.
Il ricordo di quanto vissuto da bambini può non essere del tutto veritiero. Tanto più se si riferisce a sensazioni provate nel corso della notte, che può facilmente alterare e distorcere le percezioni, amplificandole. Sicché, più probabilmente accadde che restai sveglio semplicemente per parecchio tempo, forse perfino per qualche ora, con i nonni che dormivano accanto a me. Ma quel tempo, corto o lungo che fosse, mi parve interminabile.
Di certo ricordo distintamente una cosa. Un oggetto. La sveglia dei nonni, posta sul comò, che scandiva rumorosamente e inesorabilmente il tempo, rompendo l’immobilità della notte. La guardavo. E più la fissavo, nella penombra e nel silenzio assoluto della casa che dormiva, meno mi veniva sonno. Non so se avesse i numeri delle ore fosforescenti. Di sicuro ne udivo il ticchettio. Il suo interminabile tic tac mi faceva compagnia e contemporaneamente mi disturbava e mi intimoriva. Era un suono netto, metallico, perfettamente periodico, che sezionava il tempo allungando sempre più lungo la notte il periodo in cui ero rimasto sveglio. Cosa che mi avvicinava sì all’alba, ma non contribuiva a tranquillizzarmi per l’eccezionalità della circostanza sgradevole e vagamente inquietante.
Adesso ho in casa, su uno scaffale della libreria del salone, una vecchia sveglia appartenuta ai miei nonni. Non credo che sia la loro sveglia dell’epoca, ma è molto simile a quella. Quando la guardo, penso ancora a quel tic tac. E al tempo che passa.