Fotografo innamorato rischia grosso
L’amore induce a imprese temerarie.
Era l’inizio della seconda metà degli anni Settanta. In Italia il clima sociale e politico era quello degli “anni di piombo”, quello delle rivolte studentesche. Nel ’75 avevo conseguito il diploma di Maturità Classica presso il Liceo “Giulio Cesare” di Roma e ora frequentavo l’Università.
Ero innamorato della ragazza che di lì a qualche anno sarebbe diventata mia moglie. All’epoca non eravamo ancora fidanzati. Ci conoscevamo, ma non uscivamo insieme. Io, timido, per varie ragioni non mi ero fatto avanti. Adesso anche lei andava a scuola al “Giulio Cesare”.
Appassionato di fotografia, un giorno ebbi la suggestiva ma pessima idea di scattarle qualche foto da lontano davanti al liceo, non visto, all’uscita dopo le lezioni. Desideravo farlo per il piacere di avere qualche immagine di lei che potesse alimentare i miei sogni e renderla in qualche modo costantemente presente e visibile ai miei occhi. Pertanto, presa la mia fotocamera reflex equipaggiata col teleobiettivo da 200 millimetri, andai ad appostarmi dietro un cespuglio spelacchiato, nell’ampia aiuola spartitraffico situata al centro della piazza più o meno antistante all’edificio del liceo.
Con l’ingresso della scuola nel mirino della macchina fotografica, ero in attesa del momento favorevole, quando dal marciapiede di fronte si distaccò un gruppo di ragazzi, che, attraversata la strada, si diressero decisamente verso di me con aria minacciosa. Mi affrontarono rudemente intimandomi di consegnare loro il rullino che conteneva – ritenevano – le fotografie che avevo scattato ritraendo chi stava davanti al “Giulio Cesare”. Evidentemente supponevano che io fossi un fotoreporter di un giornale, o peggio, una persona appartenente a una fazione politica, che era lì per compiere una sorta di azione di spionaggio.
La scena fu notata dai poliziotti delle volanti presenti nella piazza, che in quegli anni caldi sostavano davanti al liceo nei momenti potenzialmente critici. Così, prima che quei giovani potessero strattonarmi togliendomi di mano la fotocamera, gli agenti intervennero impedendo che la situazione degenerasse e ponendo in salvo me e la mia macchina fotografica.
Non ricordo bene quali spiegazioni diedi ai poliziotti per giustificare la mia presenza di fotografo in quella situazione. Comunque, l’esito fu che quei ragazzi si allontanarono e che io, molto risollevato per lo scampato pericolo, desistendo ovviamente dall’intento, decisi di non ripetere più un’iniziativa del genere, incauta e inopportuna.
Immagino di aver fortemente sperato, in quella circostanza, che la ragazza di cui ero innamorato non si fosse accorta di nulla.