Nel suo romanzo, Enrico Nicolò restituisce dignità letteraria alla mitezza d’animo: non debolezza ma atto di autentica libertà e conoscenza
Elisabetta Zazza 19/12/2025
La bontà è un atto rivoluzionario. Sovvertire l’ordine delle cose richiede un sacrificio, un percorso interiore che spesso ha un prezzo da pagare. Per la bontà, quel prezzo è la solitudine. Chi sceglie di essere buono non lo fa per tornaconto personale, ma agisce per amore. C’è chi misura tutto con la logica del vantaggio e chi, invece, sceglie di perdere qualcosa pur di rimanere fedele al bene. Il buono spesso è un uomo solo e incompreso, ma libero di amare: essere per tutti, senza tuttavia appartenere a nessuno.
Il mondo di oggi giudica la bontà come una forma di “difetto”, inteso come mancanza. Mancanza di volontà, di coraggio, di orgoglio, di ambizione, di rigore. In sostanza, si giudica la bontà come una forma di encomiabile debolezza. La bontà invece è una rivoluzione silenziosa, capace di cambiare il mondo, molto più di quanto si possa immaginare.
Nel mondo di oggi, spesso rivolto all’apparenza più che alla sostanza, al potere più che all’umiltà, all’utile più che al bene, si pone in contrasto una figura luminosa: quella di Johan, protagonista del romanzo di Enrico Nicolò “Sono Johan e vado a nord” (Palombi Editori, 2024). La sua impresa è attraversare a piedi l’intera Scandinavia, partendo dal profondo sud della Svezia e arrivando all’estremo nord della Norvegia. Un lungo e faticoso cammino in cui si realizza la meravigliosa metafora del suo viaggio: un’ascesi ideale dal profondo sud verso il nord del suo cuore.
Johan è un personaggio controcorrente, un outsider rispetto a molta letteratura contemporanea, popolata di antieroi cinici, disillusi, tormentati e disorientati. Il viandante Johan, che si mette in cammino verso nord, si impone come una figura fuori del tempo, e tali, in buona misura, risultano essere i suoi valori. Eppure la sua aura illumina il nostro sentire come un richiamo antico e necessario; un modo di vedere e di vivere la vita che ci manca e che dovremmo recuperare a tutti i costi, per veder sorgere l’alba di un mondo migliore.
Enrico Nicolò, con la sua penna leggiadra, introspettiva ed elegante, riesce a costruire attorno al personaggio di Johan un romanzo a cuore aperto, limpido e meditativo, dove la bontà non risulta mai come un sentimento ostentato e distante, un puro ornamento etico, ma brilla come forma autentica di resistenza morale e umana.
Il bene, nel mondo di Johan, non è mai retorico: è un impegno quotidiano, un atto di fede e di amore verso il prossimo e verso sé stessi, verso la propria vocazione a seguire Dio, nel desiderio di restare umani. La bontà del viandante Johan è, infatti, alimentata da un fuoco che brucia dentro: quello della spiritualità religiosa, della fede profonda in Dio.
Una fede che si alimenta camminando, meditando e sperimentando con gesti e parole la meraviglia di un bene che si pone sempre nella sua declinazione più sincera e gratuita. Un cammino silenzioso di amore, che non chiede di essere contraccambiato ma solo accettato. Questa è la vera rivoluzione di Johan.
Una rivoluzione silenziosa, dicevamo, perché tutti i personaggi che il protagonista incontra lungo il cammino quasi non si rendono conto della sua bellezza interiore, ma avvertono la sua saggezza e il suo altruismo fuori del comune. Egli agisce sempre in punta di piedi, con umiltà e gentilezza, quasi col timore che il suo operare possa far emergere la sua persona più che le sue azioni.
La sua bussola è sempre la fede, una vocazione a seguire instancabilmente la volontà di Dio. E non mancano, lungo il cammino di Johan, segnali evidenti di questa certezza: frequenti sono infatti le citazioni dalla Bibbia, specie dai Salmi, verometronomo dei suoi passi. Il suo agire è privo di interesse, se non quello di andare in soccorso del prossimo per il solo obiettivo di fare del bene. Quando incontra Greta, la giovane vedova muta e con un bimbo piccolo da crescere, Johan è attirato dalla bellezza e dalla dolcezza della donna, ma soprattutto dalla sua fragilità, dal suo bisogno di aiuto. E lei di questo si rende conto: “La donna avvertì distintamente la disinteressata compassione, la sincera pietà di Johan. Percepiva che era una persona buona”.
La bontà di Johan è la vera protagonista del romanzo di Enrico Nicolò, che riesce in maniera magistrale a farla emergere in modo velato ma sempre più potente, pagina dopo pagina. Su questo argomento, affascinante e per nulla scontato, possiamo rintracciare una vastità di riferimenti letterari, che ci permettono di entrare ancor più in profondità nell’universo intimo e spirituale di Johan e capire la cifra della sua bontà d’animo: una forza che non distrugge ma costruisce, che non impone ma ispira. Per lui, la sola forma di sopravvivenza possibile.
Johan è un uomo che “cammina leggero” nell’andatura del suo viaggio ma anche nell’anima, perché ha scelto di liberarsi di tutto ciò che lo appesantisce: l’amarezza, l’affannarsi senza scopo, il rammarico, il vittimismo, l’orgoglio, il dolore. Emblematica è la poesia che scrive al termine del suo viaggio, sintesi di tutto il suo percorso geografico, umano e spirituale verso la meta:
Sogno migrante
che di terre lontane
hai fatto meta
incedi incurante.
Abbracci cielo e mare
e l’incerto suolo
agile sfiori.
Commuovi l’animo mio
fedele al negletto ruolo.
Schivi gli amori
mentre ogni antico duolo
lasci all’oblio.
Il suo viaggio è una sfida con i propri limiti, con i fantasmi del passato e al contempo è un cammino di purificazione dal dolore.
La sua bontà, discreta e contagiosa, non si proclama ma si pratica: silenziosa, concreta, fatta di parole gentili e di gesti quotidiani; chiunque la sperimenta ne viene in qualche modo attratto. Pertanto, essa diventa la parabola silenziosa e luminosa del romanzo: quella di un uomo che salva il mondo semplicemente praticando il bene.
Essa nasce da una ferita che viene da lontano: è il frutto di un dolore che non ha dato adito all’autocommiserazione, alla frustrazione o ad altro male ma si è trasformato in accettazione di sé e compassione verso il prossimo. Ecco perché la figura di Johan ricorda quella del principe Lev Myškin de “L’Idiota” di Dostoevskij: un uomo “buono fino alla follia”, capace di restituire dignità al mondo attraverso la sua mitezza, anche a costo di restare solo.
Entrambi – Myškin e Johan – sono “idioti” solo agli occhi del mondo, perché incapaci di malizia, disposti a soffrire piuttosto che a ferire, disarmati di fronte alla falsità, estranei ai giochi di potere.
Dostoevskij scrive: “La bontà è una cosa terribile. Essa è più terribile di tutto il male del mondo, perché richiede un coraggio più grande di quello che serve per affrontare il male.”
Johan incarna esattamente quella “terribile bontà” che non si lascia influenzare dal male subito, che non reagisce con la prepotenza ma con la pazienza, che non si dà per convenienza ma trasforma il dolore in empatia. E per riuscire in questo ci vuole tanta forza d’animo e tanto coraggio. Alla luce di ciò, Johan è un moderno Myškin: un uomo che vive l’amore e la compassione come missione, pur sapendo che il mondo, sovente e a torto, confonde la bontà con la debolezza.
Ma la sua mitezza è, in realtà, la più alta forma di forza morale e spirituale: accettare senza odiare, aiutare senza aspettarsi nulla in cambio, camminare senza lasciare tracce ma un dolce profumo di sé, che ha il sapore dell’esempio concreto.
Johan è un uomo che ha conosciuto il dolore e proprio per questo non giudica. La sua bontà non nasce da un’ingenuità angelica e inconsapevole del mondo, ma da una conoscenza profonda della sofferenza umana, a partire dalla propria. Johan dà tutto, perché tutto gli è stato tolto e di tutto si è spogliato per tornare all’essenziale e ricominciare a vivere.
Il protagonista del romanzo di Enrico Nicolò è un uomo che ha sofferto profondamente nella sua vita, per questo decide di compiere il suo viaggio verso nord alla ricerca di pace e riconciliazione, amore e dono di sé. Come Valjean, il protagonista de “I Miserabili” di Victor Hugo, Johan consacra la sua vita al bene, dedicandosi agli altri in silenzio, quasi nascondendo la propria virtù.
Anche lui, come Valjean, ha un passato buio e doloroso, che il lettore scopre progressivamente, e anche lui sceglie la via della luce non come fuga dal male subito, ma come conquista di una nuova identità, di un nuovo modo di esistere.
Sia Johan che Valjean vivono la bontà come un riscatto: un modo di restituire al mondo ciò che loro stessi non hanno ricevuto.
In entrambi i casi, la bontà non è sentimentalismo, ma disciplina, coraggio, scelta consapevole, atto di fede nell’uomo. Come Valjean, Johan non cerca gloria né ricompensa: la sua bontà agisce in silenzio, come una fiamma che scalda senza fare rumore.
Johan sente il bisogno di spogliarsi di tutto, di lasciare tutto e partire per riuscire a sentire la voce della sua anima. In questo gesto radicale ma consapevole il protagonista del romanzo di Enrico Nicolò ricorda una delle figure più importanti della nostra cultura occidentale e una delle più venerate della cristianità. L’uomo che più di ogni altro si è privato di tutto il superfluo per rinascere a vita nuova: San Francesco d’Assisi.
Come Francesco, denudatosi davanti alla città per ritrovare Dio nella semplicità più vera e autentica, Johan, camminando verso nord, si libera dai pesi invisibili del passato e del rimpianto per ritrovare sé stesso e quella pace che sta cercando disperatamente.
Nel suo zaino porta solo il necessario per intraprendere il viaggio – la Bibbia, un taccuino, qualche abito e utensile utile alla sopravvivenza – ma dentro di sé custodisce una ricchezza più grande di ogni altra cosa: il sussurro di Dio, che lo guida e gli indica la strada.
Il frastuono del mondo spesso ci impedisce di ascoltare la nostra anima, troppo presi dall’accumulare per vivere, dall’avere per essere. Johan invece ritrova sé stesso solo quando smette di affannarsi e di rammaricarsi per ciò che non può possedere. Entrambi i personaggi, Johan e Francesco, credono che la vera libertà consista nel non possedere nulla, nel vivere in relazione con il mondo e con gli altri attraverso la gratitudine e l’offerta di sé.
In un tempo come il nostro, dominato dal possesso e dall’egoismo, Johan suona come una nota dissonante ma necessaria: è un richiamo potente alla sobrietà evangelica, a una spiritualità concreta che si traduce in etica quotidiana: ascolto, aiuto, generosità, condivisione.
C’è nel modo di vivere di Johan anche un’eco tolstojana: la bontà come impegno morale quotidiano. In Tolstoj, la grandezza dell’uomo si misura nella sollecitudine dei gesti semplici nei confronti del prossimo, come a dire: “Il bene che puoi fare, fallo oggi. Domani potrebbe essere troppo tardi”. Johan traduce questa lezione in pratica: accende un fuoco, offre rifugio, cucina un pasto per uno sconosciuto, ascolta in silenzio senza giudicare.
Ogni gesto, pur nella sua semplicità, diventa una preghiera laica, un modo di restituire senso al mondo. È una bontà incarnata, tangibile, che nasce dal riconoscere la sacralità della vita. In definitiva, Johan è un uomo che incede nella vita nella misura in cui si dedica al prossimo e ama senza riserve.
La sua bontà è conoscenza, una saggezza che non passa per la mente ma per il cuore. Il suo viaggio verso nord diventa così una parabola spirituale: non si tratta di fuggire, ma di purificare lo sguardo e lo spirito, praticando la solitudine per riflettere sul proprio agire e imparando a vedere il bene in tutto e in tutti.
Johan non è un santo né un martire, ma un uomo pienamente umano che ha trasformato il dolore in compassione, la solitudine in dono, la bontà in linguaggio universale.
La bontà di Johan non grida, non si impone, non converte. Ma ispira.
È una rivoluzione che agisce in silenzio, che cambia le persone senza prevaricare, offrendo solamente il proprio esempio.
È la rivoluzione gentile di chi continua a credere che, nonostante tutto, valga ancora la pena essere buoni.
“La bellezza salverà il mondo” diceva Dostoevskij e quella lezione pare riflettersi in pieno nella bontà del romanzo di Enrico Nicolò. Quella bontà umile, disarmata, contagiosa, che illumina il cammino dell’uomo verso il nord della sua anima.